Fulgente e magnifico il rege splendea
dell’astrale volta al picco del die,
dell’anno nel tempo che a iosa spandea
calor più e più torrido per boschi e per vie.

Il Cavalier dell’Aurora in istrada
stava solingo sul destriero virtuoso,
quand’ebbe visione che fresca rugiada
eguagliare non puote in mattino un po’ uggioso;

tra il biondo e il castano vide e distinse
lo splendido ciuffo, qual zefiro aurato,
che al guardo primiero il disio gli riattinse
d’essere, amando, soavemente riamato:

quale è colui che su biga alata
volve il sovrano pel cielo lucente
tal era, radioso, d’un’aura incantata,
il Prence del Giglio, di beltà trascendente!

Lo vide e sentiasi nel cor timidezza
che presto in ilare sorriso cangiossi,
tanto era empatico e di fin gentilezza
il principe buono, dai bei crini mossi.

Parlarono ancora di mille argomenti,
spensierati irridendo le follie d’esto mondo,
mentre beavasi nei rari e splendenti
occhi, affiggendovi un guardo profondo:

per natura poetico era il cavaliere,
eppur presso al prence si divertiva,
con tanto entusiasmo che dal messere
lungi neppure s’affievoliva.

Ma col garbo squisito che lo distingueva
volle, ahimè, il prence narrar d’animali
che - disse fioco - non da sol possedeva,
ma con chi avea del suo cor dispiegato le ali.

Pensò tosto il poeta d’avere frainteso
la soave attitudine, al prossimo tesa,
di quel caro uomo, che con acceso
ardore avea per pari affetto già presa.

Il cavalier, da gran gentiluomo,
con grazia levossi il capo piumato,
quasi porgendolo al pari di pomo
che andò alla più vaga beltade donato:

«Prence, felice chi basciare puote
il tuo viso, tornito nell’empirea sfera
celeste, che il sommo in arte, con rote
di sotto moventi, dipinse in primiera

Commedia, indi trasse di Florenza favella,
con suo stile novo, moderno linguaggio,
che i poeti ancor oggi ispira con bella
rima elegante, d’etterno lignaggio:

creatura gentil e tanto onesta lodava,
che volversi etereo mirava beata,
donde nel petto solenne mi grava
che divo poeta abbia colà trascurata

la tua bella persona, il tuo amabile riso
la tua compassione per l’altro dolente,
tal che la grazia del ciel per tuo viso
parsi irradiare qual bal’mo leniente!

A guisa del Giacomo che inclito piace
al tuo colto intelletto che inver mi seduce,
un lirico canto che rifulga qual face
invenire vorrei, per accostarmi a tua luce.

Colomba dal nido non puossi involare,
ché il brama soltanto un falco rapace:
al più un dolce lai un dì d’attirare
potria il bene amato esser capace;

egualmente saria l’esserti amico,
qual fratel favellando, se vicino ti veggio,
con candor un piacere, sì che qui dico,
che non voglio usurpar del tuo core il bel seggio;

altro cantar saria proprio vano,
ma in svelar che m’affascini il poetar mio non finse.»
Tal rime proferte, gli porse la mano,
che il prence, commosso, con entrambe ancor strinse:

fu allor che l’azzurro d’arancio raggiato
trovossi a ospitare i color dell’aurora,
che pareva abbracciare il sole, omaggiato
qual prence, d’affetto che non trovasi ognora.

Solo sa il cielo qual destino trapunto
avean pei due uomini gentili le stelle,
ma pur tanto dolce racconto sia giunto
spero, o lettor, tra le storie più belle.