Nell’aere serale, al vento pungente,
pura ed eterna brillava la dea
che tenebre irradia d’argento splendente
cui ogni poetico intelletto si bea;

assai malinconico era il cavaliere,
al lume degli astri, meditando seduto,
quando gli apparve, a striatur grige e nere,
buffo e simpatico, un procione paffuto:

davvero stupito fu nel vederlo
da un rigoglioso cespuglio sortito,
tanto che volle nutrirlo qual merlo,
ma non con grano - con panino farcito!

Ingordo e vorace gustò lo spuntino,
con la passion che i procioni al mangiare
serbano ognora, con birbantino
intento di scoprir le delizie più rare.

Nettossi il musetto da umano e non fiere,
con le zampine, alla luce lunare,
specchiandosi in acqua, poi il cavaliere
ancor più stupì, cominciando a parlare:

«O gentil, d’auroreo manto,
perché celi agli occhi il pianto?
Senza timore ascolta un procione
che disbrogliar vorria tua questione.

Cavalier, non sfugge al mondo
che assai stimi il prence biondo
dal magnifico visetto
e dal colto assai intelletto,

così come sentimento
per lui provi e gran contento
sparge all’alma, con candore,
la sua vista al tuo rossore.

Quanto meno un buon amico
lui ti vede in tanto intrico,
ed apprezza il gran rispetto
che dimostri al suo cospetto;

passionale e pur sereno
con lui diventi in un baleno,
ma conviene ponderare
che ancor più di questo è amare:

è una reazione che, a catena,
verso l’altro ciascun mena,
con velocità costante,
come un domino elegante,

sì che d’uno alla costanza
splende l’altro in risonanza,
ma richiede assai pazienza,
oltre a mutua conoscenza.

Gli son note le tue gesta,
mentre lui un mistero resta,
che disvela poco a poco,
se lo incontri in solo loco,

ed ancor non sai per certo
se con lui non saria erto
qualcosa insieme costruire
senza averne poi a soffrire;

ma persin non hai capito
se solingo sia oppur zito,
ché tu parli in versi belli
e lui pure a indovinelli,

sì che mai non v’intendete,
e persin vi confondete,
dando adito a un pasticcio
da teatro o da om’alticcio!

Se ad altri affetti volge il core,
o se in lui non desti amore,
fosse pur anco di cuori il gran re,
il Prence del Giglio non sarebbe per te!

Ordunque, pian piano del prence l’umore
esplora, ma senza aspettarti mai amore,
che da lui o da un altro bell’uomo cortese
giungerà, come suole a chi meno l’attese.

Deh, tergi ora quegli occhi brillanti,
rifulgi in tua arte e galoppa in avanti,
ma ogni tanto fai visita agli amici procioni
del bosco, con cestini pien di cibi buoni!»

Rinvigorito dal gentile discorso
montò sul destriero il nobil signore,
salutando quel buffo ma sapiente orso
e sotto l’aurora galoppò con ardore.