Là ove ogni guardo curioso si perde,
quando congiunti il sogno e il reale
danzano languidi a un bel madrigale,
stendesi un regno, qual gemma nel verde:

sul seggio più alto un principe biondo,
dai bei capelli inclini al castano,
regge lo scettro con candida mano,
grazia celeste irradiando nel mondo.

La sua armatura è bianca e di fiori
di giglio coverta, alla luna fiorito,
fragranza spandendo che il guardo rapito
seduce, infocando i poetici cori.

Di statura non alta, come un gioiello
che mastro orafo volle forgiare
così da potere al cosmo svelare
l’idea delicata d’artistico Bello,

pure ha una voce così melodiosa,
qual cinguettio di vago augelletto,
che, sinfoniosa più di un quartetto,
cangia in solare die nuvolosa:

narran leggende che assumere possa,
infatti, se il vuole, in notte e in giornata,
di martin pescatore la forma incantata,
che librasi in aere con agile mossa.

Ma quel che completa un sì raro dipinto
è ch’ei sia pure un giovin brillante,
colto e pacato, curioso e galante,
da un’aura di timido fascino cinto.

Di lui molto innamorato
era un gentile cavaliere
che lo volle dal primiere
rintocco ove l’ebbe guato:

il gran disio inver cresceva,
giorno a giorno, verso a verso,
anche quando al cielo terso
il suo prence non vedeva.

Infin così un bel dì coraggio
volle farsi e a lui vicino
con umìl ma fiero inchino
espresse dunque vivo omaggio:

«O caro principe, grazioso e sublime
deh, accorda udienza a un’anima amante
che per te palpita fin dal primo istante
d’affetto che a esprimere non bastano rime!

Quando mi trovo alla tua bella persona
vicino, nel petto un sereno contento
di calore s’accende nel dolce momento
in cui miro quel volto che il cielo ne dona;

quando ti vedo, in mente un quadretto
pingo di me che le tue labbra ridenti
bascio, osservando le stelle cadenti
negli astrali tuoi occhi, pien di diletto;

quando ti penso, credo che il Fato
volle per l’altro ciascuno creare,
tanto felici siam quando a parlare
ci tratteniamo in momento isolato:

eppur restan sogni finché ancora meglio
non ci conosciamo e sveliamo il mistero,
ché entrambi siam loici e di Scienza il pensiero
sapienti seguiamo con intelletto ben sveglio.

Dolcissima imago, mi par d’intuire
che già un altro affetto adorni il tuo cuore,
ma pure permettimi d’osservar che in amore
non vince arrivar primi, ma più far gioire:

pondera dunque, se opportuno lo credi,
valutando se davver come stai or sei felice,
o se invece un sospiro, un sussulto ti dice
che forse con me più sereno ti vedi.

Io non ho fretta, eppur solo capire
bramerei il tuo pensiero riguardo al futuro,
ma pur non insisto, ché saria prematuro
orientar situazione che parmi in divenire.

Qual sian nostre scelte, uomini siamo
maturi e cortesi, sì che almeno tuo amico
spererei rimanere e sincero ti dico
che il tuo tono garbato più del platino amo.

Se vuoi, dunque, disvelati bel principe biondo,
sì che del Fato nell’ombre volgiamo
un guardo lucente e alfin comprendiamo
se sbocceran nostri fiori nel mondo,

ma in ogni caso ti stimo e rispetto,
poiché scorgo in te un compagno, un fratello
dai modi eleganti e dal far molto bello,
che i battiti accelera nel moto del petto!»

Ciò disse, levandosi con sobria maestà,
placido, il prence fissando nei lumi,
e forse sapevano allor solo i numi
quai pensier formulasse la muta beltà.

O lettori, di certo non poco stupito
fu il buon prince, tal rime ascoltate,
ma voi pure anco il narratore aiutate
a capir questo intrico in qual via far fiorito!