Su un picciol pianeta, in cosmo lontano,
nell’ora cinerea dell’alba foriera,
un nobil signore, garbato ed umano,
a meditar stava in vasta brughiera

quando, repente, leggiadro un fruscio
tra l’erba che, alta, lo sguardo frenava,
lo spirito pien d’indagante disio
gli fe’ quanto più a lui s’avvicinava.

Ed ecco apparire, con grazia sovrana,
soave un volpino dal vello argentato,
di notte sortito dalla sua tana
per contemplare il bel cielo stellato.

Fermaronsi entrambi, di poco distanti,
scrutandosi in volto con far circospetto;
mentre ben lenti scorrevan gli istanti,
prese il gentile a formulare il suo detto:

«Volpe solinga, dal bel regal manto,
che intorno ti guardi con ciglio sì fiero,
presso mia corte resta fintanto
che in cielo non splenda l’astro primiero:

con arte e diletto, tra tanti animali
e qualche persona orsù vieni a passare
il nobil tuo tempo, sì che banali
o noiosi momenti mai possa trovare!»

«Messer, mi rallegra un invito siffatto,
poiché tu mi sembri un uom di valore,
ma pur d’una volpe assai fino è l’olfatto,
e fiuto sia lungi da me tanto onore.

Il tuo bel castello ha fin troppe correnti,
che pei corridoi ognor fremon zelanti,
poscia rombando con forza che i venti
eguaglian soltanto in tempeste ululanti.

Dai candelabri, di gemme trapunti,
luci saettan dorate e vezzose,
ma ostile un’oscura ombra par spunti
dal buio che, in angol, più intenso s’ascose.

Danzano in maschera gran cortigiani
che a nulla son buoni se non al dispetto,
ma a semplice volpe inver paion vani
i passi e le mosse d’un tal minuetto.»

Ciò disse, rimando, mentre spuntava,
tra le colline, del sole il nocchiero
e sorridendo si congedava
con garbo dal sire e dal suo bel maniero.