Era il bel sole ridente in ciel sorto
d’un amore che - ahimé - purtroppo fu corto:
del cavalier per il Prence del Giglio,
che nel core del primo fe’ triste scompiglio;

ma allora pareva che ben procedesse
e un compagno soave in mezzo alle resse
lui pure avesse infine trovato
e un tenero amore per sé assicurato,

sicché a lieve trotto, di buon umore,
del cosmo ammirava il dolce splendore,
molte asperità clemente obliando,
a patti propenso sì bel fiore amando.

Giunto che fu a una ridente piazzetta,
udì un suono forte ben più di trombetta,
una risata che in breve durata
l’allegria condensava d’intera borgata:

era il sole allo zenit sovra quel loco
ed il cavaliere avanzò ancora un poco,
la sorgente del suono infine trovata
in ridente locanda a racconti ispirata.

Da cavallo discese e ivi entrò lesto,
gli affabili osti con garbato gesto
salutando, e mirando i vari clienti
che lieti parlavano e sorridenti:

uno tra tutti in particolare
gioia sprizzava col suo gran vociare,
da iberico idalgo finemente abbigliato
e con ampio calice di vino pregiato.

Di feste riuscite in tripudio e splendore
parea il travolgente e brillante motore,
libando quel vino con fiero sorriso,
un novello brindisi all’improvviso

apprestando, con rime, che già i convitati
a udire eran desti, lor calici alzati,
ilare atmosfera di gran simpatia
brioso instaurando tra la compagnia.

Il cavalier era uomo di gran sobrietà,
ma pur, sul momento, cotal novità
riuscì a stupirlo davvero non poco
e partecipar volle lui pure al gioco!

Chiese bevanda assai delicata,
di fine liquore e menta pressata,
con il simpatico, buon sommeliero
sereno parlando, l’usual tono austero

lasciando da parte, anzi risate
inducevan di quello le buffe trovate,
ed il cavaliere trovossi stupito
d’esserne proprio assai divertito!

Dei vini il maestro un nobil signore
si rivelò fin da prime ore:
gran Don Giovanni in era passata
e infine da anni con la fidanzata,

dimostrò che il suo forte, esplosivo fragore
era pien di rispetto, cortesia e onore,
virtù che il cavaliere da sempre stimava
sicché in amicizia inver lo serbava;

inoltre all’ilare e gioconda parvenza
s’aggiungeva un’attenta intelligenza,
che la situazione riusciva a vedere
con ben più dettaglio anche del cavaliere.

Ma un vento glaciale levossi repente,
l’amato giglio lasciando pallente:
il prence, in cui credea poter tanto sperare,
infine svelò che non potevalo amare;

ed in cotanto gran dispiacere,
novella sventura colpì il cavaliere,
che intanto del core i frantumi scheggiati
dal fango coglieva, i palmi tagliati:

imperiose ma stolte nubi rombanti
in cielo ormai plumbeo già vide scroscianti,
sì che davver non gli piacquero molto
e al tramonto lontano fu il guardo distolto,

un crepuscol romantico, di tinte accese,
che dell’orizzonte pingea le distese.
Con grazia salutò l’ostessa e l’oste,
ed il sommelier, che arachidi toste

con un vino ambrato felice gustava
e il triste commiato non s’aspettava:
si salutaron con amicizia,
di bandire cercando ogni mestizia,

poi il cavaliere, ognor mascherato,
uscì sulla piazza, il bel sole calato,
e sul destriero, trapunto di belle
idee galoppò, a rivedere le stelle.