Un dì a un giovane messere,
che faceva anche il poeta
sol per gioco e non mestiere,
giunse sfida assai faceta:

stilnovista avria un poemetto,
sul kebab che gira in asse,
dovuto scriver, che diletto
quanto il cibo a ognun destasse!

Il poeta inver stupito
fu un istante dal cimento,
all’idea d’assai forbito
poetar sovra un alimento;

ma gli venne lesto in mente
che non sol dottrina o amore
possono efficacemente
esser tema da oratore:

anzi inver su scatolotto
di cartone bianco e piano
delle Muse il parlar dotto
e ispirato non è vano,

bensì possonsi bei versi
circa quello anche comporre
con ornati motti e tersi,
senza nulla a stile tòrre.

Il poeta a meditare
stette intento qualche dì,
poscia, infine, fiero e ilare,
presentò il poema qui:

«O kebab, che lento e bello,
di pregiate spezie intriso,
ti volvi sovra al focherello
mentre a chi uno sguardo affiso

a te volga d’appetito
magno gaudio ognor accendi
e nel piatto alfin servito
sazietà di ventre rendi,

questo canto è dedicato
allo squisito tuo sapore,
che un piccante delicato
offre al lieto mangiatore!

Nella pita o nel panino
sempre dai soddisfazione,
sì che ispiri il malandrino
disio d’eder più porzione,

ma conviensi vincol porre,
onde non esagerare,
anche se il pensiero corre
al tuo lieve profumare!

Leviam dunque in alto i calici
al kebab di fin fattura
e che al mondo sempre magici
tempi doni in dia futura!»

Questo scrisse il buon poeta,
la tenzone indi vincendo,
mentre ogni alma lieta
stava ancora sorridendo,

e ovviamente quella sera
per festare il lieto evento
di kebab una scorta intera
acquistò tutto contento.