Un dì festoso prossimo
era e splendente in cielo
la sua sovrana eterea
avea di astri un velo
ornato quale magico
preludio a quel che fu.

Di mille genti il giubilo
rideva lieto al vento
ma non sì da nascondere
al guardo il grande evento
che a ognun le carte in tavolo
del Fato sparigliò:

lui che fra tanti uomini
stolti, banali o vili,
fulgente astro benefico
che i bei primaverili
meriggi scalda e illumina
repente balenò.

Tacere ogni poetica
dovette allor favella,
mentre un arcano palpito
batté primier per quella
imago che purissima
nel cor si tratteggiò.

Dal garbo impareggiabile,
angelico quel viso
disceso dall’empireo
parve, tra fior assiso
e fiamma accese insolita
che impressa in alma sta;

il bel sorriso amabile
incline assai al faceto
ardor fiero ed intrepido,
ma pur dolente e inquieto,
qual dolce lai melodico
valente può temprar.

Come certun che credere
non vuol senza provare,
con tutti ragionevole
discorre e tal parlare
induce, sommo e candido,
Sapienza a conseguir.

Damine cortesissime
dei suoi capelli neri
sospirano al gran fascino
e volgono pensieri
che ardenti concupiscono
cotal vaga beltà;

intanto anche un filosofo
sincer, sentito affetto
per lui e quel discorrere
celar non puote in petto,
ché novo stil poetico
ispira ed amistà.

Ma canti invan si intonano:
gentile damigella
di amore il suo anelito
designa quale stella,
luce soave e placida
nel mar dell’avvenir;

eppur buon è conoscere
persona tanto rara,
che splende quale zàffiro
e come ode preclara
risuona nelle tenebre,
destando ognor virtù.