Posando un fosco di tenebre manto,
della luna celando l’inclito canto,
sì che l’eterea volta stellata
ai sensi ed al guardo pare involata,

del pendolo dodici rintocchi glaciali
mentre risuonano, del Fato sull’ali,
la mezzanotte prorompe, un inverno
seco recando, qual dantesco Averno.

Sogni e speranze di sempre, sviliti,
su un prato di fiori divelti e appassiti,
miseria sol recano, infranti giacendo,
mentre s’avanza del buio il crescendo.

Apatici spettri, a migliaia, nel vento
vagano, vani, per l’aere ormai spento,
ombre sfumate che, sorde all’amore,
col tempo perdettero il proprio colore.

Tra l’atro ululare di venti rabbiosi
e di belve dai tratti inumani e mostruosi,
sotto un cielo in tempesta che fulmina e tuona
pure una musica soave risuona:

dell’umana empatia è la trama celeste,
a tutti conforto nell’ore più meste,
suono ineffabile di garbo ed affetto,
d’umana amistade che palpita in petto,

faro che il buio illumina a giorno,
quand’anco del sole par lungi il ritorno,
poiché, in ogni loco, pel prossimo amore
sempre nobilita color di buon cuore!

Qual brezza marina che arcana foschia
da un bosco dirada, liberando la via,
da lungi un bel raggio a vita richiama
sogni e speranze per ciò che si ama,

un’aurora di vago splendore creando,
tenebre in luce così condensando,
verso un soave, lieto mattino
alfin disvelando, tra selve, il cammino.

A passo di danza, dal loro torpore
l’un dopo l’altra si destan le ore,
e, speme recando, più non è ascosa,
ognor più vicina, un’alba radiosa.