Spinte con garbo da zefir fugaci,
vagano liete, di tinte vivaci,
sogni evocando di mistica essenza,
forme soavi, d’eterea parvenza;

sereni paesaggi ornano al guardo
o scure di sdegno vibrano un dardo:
sull’orizzonte stendono un velo
qual di mistero, le nuvole in cielo.

Volan tra esse, senza mai posa,
stormi d’augelli che giungono a iosa
e cercan pel mondo il proprio disio,
che van loro parve nel lido natio.

Narra leggenda che lungi un bel dì
volle un cantore parlare così
ad un usignolo che s’era posato,
nel freddo invernal, su un ramo innevato:

«Candido augel, che sfidi la neve
con vaga virtude, che l’alma fa lieve,
sì celebre al canto voce disvela
e narrami quanto nel cosmo si cela!»

Cinguettando gentile, a narrare prese
di nubi leggiadre, da un bel sole accese,
di mille speranze da realizzare,
ove un destino radioso forgiare,

ricordando ai mortali che breve è la vita
e stolto è lasciarla nel buio passita
e, qual viva fiamma dell’animo umano,
che i sogni seguire del cor non è vano.