In oscura notte, in foresta stregata
ghermita da branchi di lupi feroci,
sotto la luce dagli astri emanata,
tra anonime ombre con lugubri voci,

un gentil cavaliere dal manto lunare
e il volto celato da un serto di fiori
lanciato al galoppo parea sorvolare
con fiero disprezzo del buio i rumori.

Eppure in tal notte gli parve d’udire,
tra ulular cupo, che ansia incuteva,
flebil ma intense, lezioso gioire,
le note d’un lai che mai si taceva:

spronò il suo destriero come rapito
da tanta eleganza di vago lignaggio
che il bosco, d’un tratto, giardino fiorito
render pareva, destando coraggio.

Quando fu giunto al remoto spiazzo
ove sonava quell’arpa celeste,
di vividi fiori non v’era pur mazzo,
ma sol erbe fosche, defunte e funeste.

Splendeva l’aurora su lui sovrumana,
mentre ad un ramo d’un albero spento
brillante ed eterea del ciel la sovrana
un raggio nel buio donava qual cento.

E fu allor ch’ei lo vide, lo vide cantare,
su quel ramo secco, tra piante morenti:
solingo un bel passero, di virtudi rare,
per l’aere tesseva canzoni struggenti.

Attonito stette, fattosi pietra,
come chi osserva un divino mistero,
ed in quell’istante la selva sì tetra
delle Muse gli parve un sommo pensiero.

Tremando col garbo che ben si conviene,
cercare voleva una degna favella,
ma il freddo notturno financo le vene
ghiacciava ed in cielo offuscava sua stella.

Dirgli voleva quanto sua voce
tra tanto rumore pareagli preziosa,
d’un fiume possente sonando qual foce
che nel mare magno si getta impetuosa.

Dirgli voleva adornate parole
che mute, sospese, lì giacquero perse,
come lui stesso nobili e sole,
sotto l’aurora, di lacrime asperse.

Cantava incurante il passer garbato,
intuendo pur quanto capir non poteva,
poiché con tutt’altro core era nato,
gentile ma un altro destino reggeva.

Il cavaliere, mirando, lì attese,
poi sul destriero infine partì,
mentre nel vento a sfumare prese
quel sì dolce lai che il suo spirto colpì:

nel freddo abissale del bosco dannato
forse illusione il bel passero era
e non un sol fiore avea in cor lasciato
quel sogno durato soltanto una sera.

Gli astri immortali osservano invero
assai tristi storie, del vuoto sidereo
riflesso immanente, e solo un pensiero
qual guizzo balena nel nulla cinereo;

eppure l’impegno non fia tutto inane,
ché eterna del tempo il fluire non sente
umana virtude e gloriosa rimane,
l’ardor che la mosse irradiando fulgente.