Era la notte ancora calata
ed il bel sole - mala sorte - svanito,
allor che soltanto un’imago sfumata
sol rimanea d’un amore appassito:

il cavalier, pur tra varie sventure,
sul suo destriero, con fiero orgoglio,
ancor cavalcava tra cupe pianure
dei rovi e dei ghiacci coverte del doglio.

Da lungi, nel buio, un alberino
scorse, qual lucciola in tenebra fonda,
e ad esso facendosi, guardingo, vicino,
s’accorse d’insolita forma gioconda;

sulle radici, dal tempo provate,
come un folletto o un elfo silvano,
sedeva un omino, che forme sfumate
di vapore pingea con pipa che in mano

teneva, allo sguardo stupito ispirando
d’intelletto la stima e onorevol rispetto,
un’aura di pace a sé intorno creando,
mentre diagrammi tracciava, soletto:

pareva Archimede, di cui da bambini
con sua lampadina un dì si leggeva
su fogli a colori, in bei giornalini,
col suo zainetto, che ovunque perdeva.

Il cavaliere a terra discese
piano, ossequioso, curioso mirando,
mentre quell’altro saluto gli rese,
da schemi distolto un ciglio aggrottando.

Il cavaliere un poeta era nato,
all’ideale e al romantico teso,
ma in tecnologie ancor consolidato
fin da giovanissimo avea contrappeso,

sicché in pochi istanti un discorso complesso,
tecnico assai e financo erudito,
con l’arcano signore, di sotto al cipresso
sostenere poté - e ne fu divertito:

in epoca oscura, ove il potere
di nuovo barbarie sovente avea preso,
a riflessivo e pacato messere
favellare era un dono dal cielo reso.

Si assomigliavano nell’affrontare
con metodo logico i problemi trovati,
e l’uno parlando, con savio alternare,
spunti forniva all’altro informati;

v’erano pur differenze importanti,
ché l’ingegner moglie e pargoli avea,
mentre il cavalier per lande sprezzanti
un compagno grazioso trovare volea:

per dirla in breve, quei due personaggi
in logica e tono sonavano eguali,
allor che i lor cori rendevano omaggi
a ben distinti e diversi ideali;

eppure tra loro regnava il rispetto,
poiché assai pacifici eran davvero,
consolidato dal ferreo intelletto
col quale studiavano ogni mistero.

Mentre parlavan, la falce d’argento
da dietro le fosche nubi risplese
ed al cavaliere per breve momento
emerse pensiero che triste lo rese:

diversi e men cupi del Fato gli eventi
persino in tal notte sarebbero stati
se dell’imperio gli scettri reggenti
fossero saldi all’ingegner capitati?

Ché onda creativa a guidare sembrava
tra tanti il più adatto per esperienza ed inoltre
l’aura di pace che, calmo, irradiava,
parea della notte rischiarare la coltre.

O forse ben poco sarebbe cangiato
e il flusso causale scritto già era,
ché, tutto sommato, in tal caso il Fato
non poteasi distoglier da sua via primiera?

Intanto fin tempo al filosofare
dedicaron, pensieri sul cosmo in totale
formulando pacati, ché l’indagare
è quanto distingue da ogni altro animale

l’umana specie, tra miseria e splendore,
che su picciol sasso si volve nel vuoto,
e nel vuoto, con grazia, pur nel dolore,
un senso ricerca a cotal vano moto.

Via via s’appressava l’ora di salutarsi
ed il cavalier n’ebbe un po’ dispiacere,
ma sul suo destrier, dagli ideal crini sparsi,
pronto già era il futuro a vedere.