Sempre al galoppo del destriero fidato,
stava cercando il cavalier dell’Aurora
sua strada che in fosca, notturna ora
fuor conducesse da bosco stregato,

quando novella al guardo s’offerse
vista che solo del ciel la divina
sovrana, la Luna, dea cristallina
puote eguagliare in notti più terse:

di rara beltade, al core conforto
stava solinga un’imago spettrale
ma pur molto umana, qual sotto il maestrale
è per le navi il raggio del porto.

Di alta statura e angelico viso,
ebanei capelli, di fascino ornati,
occhi soavi, d’ambra intarsiati
e stelle trapunte sul dolce sorriso,

era l’imago, su umile scranno,
assisa con garbo ineffabile e raro,
mentre pensava, d’aspetto pur caro,
alle venture del Fato tiranno.

Trottando galante, con timido accento
prese a parlare, d’ardore conquiso:
«Splendida imago, che di claro Narciso
faresti il gran vanto futile e spento,

ascolta d’un alma il soave fervore
e volgimi il guardo colmo di fiori,
in nome di Quel che ratto ai bei cori
gentili s’apprende, eterno, l’Amore.

Insolito arde dentro a me foco
quando il tuo riso, cullato dal vento,
vola per l’aere e ben oltre cento
astri risuonano in sidereo loco.

Finora solingo, del core la pace
bramo e al tuo fianco la vita passare,
lieti vivendo giorni, qual mare
che dopo tempesta cheto si tace.»

Ma il disio non potea, ahimé farsi vero,
poiché era ad altrui quel core promesso,
che, anzi, con tono spiaciuto e sommesso
prese a parlare in modo sincero:

«Nobil cavaliere dal geniale onore,
qual manto mi copron le lodi tue ornate,
ma pure ad altr’alma vuolsi che date
fìano le chiavi che apron mio core.

Eppur volentieri teco favello,
con amistade, in notte sì oscura,
poiché del mio spirto è tal la natura,
veder nel diverso, gentile, un fratello.»

A lungo parlarono, lieti e sereni,
non più d’amore, ma mille argomenti,
del Sole attendendo i raggi lucenti
che il buio disperdon qual fieri baleni.

Trasse il cavalier di rosa un monile
e volle quel fior cesellato donare
a chi nelle tenebre fredde ed amare
un istante avea amato, l’imago gentile.