Bianchi scalini
un giovin poeta
vide, al tramonto,
che aiuola lieta

di bei tulipani
da entrambi i lati
di color pitturava
e fea i guardi beati,

sì che davvero
assai incuriosito
discenderli volle
e fu presto rapito

da celeste fragranza,
che i sensi inebriava,
in quadretto lezioso
che ogni fior tratteggiava.

Si sedette per trarre
gran beneficio
dal loco, che all’alma
ispirò lieto auspicio:

allor si sovvenne
del buon giovinotto
di cui qualche mese
spasimante fu cotto,

dei suoi vispi occhi,
dei modi cortesi,
dei loro discorsi
d’Umanesimo accesi.

Negli ultimi tempi
s’eran poco parlati
e al poeta spiaceva,
ché per lui ben passati

fur quei momenti
di gran chiacchierata
che a entrambi strappavan
fin qualche risata.

Gli piaceva d’aspetto,
ma gli voleva un gran bene,
inspiegabile a dirsi,
che sentia fin nelle vene:

del resto, la Logica
i moti del core
descriver non puote
col suo netto rigore.

Fidanzato od amico,
infin poco importava,
finché tempo con lui
parlando passava:

avea forse sbagliato
a dichiararsi
e al suo beniamino
cercar più avvicinarsi?

L’altro s’era fatto
più freddo e staccato,
ma fia colpa l’amare,
se era pur fidanzato?

Un arcano legame
tra loro instaurava
del poeta l’ornata
parol che onorava

il suo dolce amico,
quel grosso koala,
o uomo minuto,
quale unica fiala

d’elisir magico,
che poemi ispirava,
con la sola sua essenza,
a chi assai lo stimava.

Passavan persone
a lui d’intorno,
che un tramonto ammirava
di bei fiori adorno,

col suo quadernino,
novi versi alla mano
e sogni gentili
in antico Italiano.

Che avrebbe fatto?
Almeno ora sapeva
che l’altro una storia
seria già aveva,

e ver fosse o finta,
dell’altro il volere
rispettare intendeva
come serio dovere,

ché non saria proprio
gentil sentimento
voler ciò che altrui
non rende contento.

Ma il giovane biondo,
cui bene voleva,
per averlo desiato,
perder doveva?

Sentì sulle guance
il vento serale
di tanto mondo che esclude
chi è omosessuale,

ed esclude ancor oggi,
per credenze sbagliate,
false e malvage,
da cattiveria ispirate.

Le dame, i cavalier,
l’arme e gli amori
qui non si cantan,
ma del cosmo i colori:

non v’era principe,
e neppur cavaliere,
ma solo un poeta
che volea bene a un messere

che triste pareagli,
di coetaneo suo stato,
e cui per un fulmine
si era assai affezionato,

sicché quando ridevan
insieme, felici,
le amarezze obliavano
alle alte pendici

di quel monte sublime,
d’Olimpo maggiore,
che è l’umana empatia,
l’amichevol candore.

Che avrebbe fatto?
C’era poco da dire,
ché già tanto avea detto,
e se volevano uscire

per parlarsi da amici,
magari sdrammatizzare,
turno era dell’altro -
se il voleva invitare;

o forse d’un povero
poeta temeva
lo sguardo che caro
in suo cor lo vedeva?

Davvero una birra
con lui bere nociuto
gli avria sol perché
non avea amor taciuto?

Onore imponeva,
dopo tanto parlare,
che infin fosse l’altro
il silenzio a spezzare:

in caso contrario,
ahimé, sol chimera,
saria stato tutto,
qual guizzo di sera;

ma una piccola porta
gli avria sempre lasciato,
ché fumo non era
quanto aveva rimato.

S’accostò a un tulipano,
ma non lo staccò,
ché non voleva appassirlo,
e felice apprezzò

il profumo inebriante
d’un momento fugace
dai bei fiori offerto
a intelletto vivace,

e fu allor che decise,
d’eleganza inebriato,
a quell’uom chiaramente
scriver quanto provato:

senza più maschere,
intrighi e misteri,
descriver soave
del suo cor i pensieri.

Chi sa ciò che avria
l’altro giovin risolto,
se avria a quei bei versi
infin dato ascolto?

Io credo, o lettori,
se posso filosofare,
che per ciascun sempre
bello sia conciliare,

poiché ciò che rende
inver sommo l’umano
è con garbo al suo prossimo
tender la mano.