Nel vespro fulgente d’un dolce vermiglio
come un augurio di lieta novella,
fiero al galoppo correa con cipiglio
il cavalier, sperando in sua stella:

riveder desiava il bel principe biondo
dalla sublime, nobil presenza
e dai premurosi modi, che al mondo
non sempre si trovan tra umana semenza.

Mentre irradiava il sole un baleno
dal punto ove lungi tangea l’orizzonte,
vide il suo prence e sentì venir meno
quel che dei palpiti in petto è la fonte!

Vicin gli si fece con timidezza
e l’altro, gioviale, a sé lo chiamò
con dolce sorriso, e pur senza brezza
volveasi il bel ciuffo che Amor tratteggiò.

Poco meno alto era del cavaliere,
ma quanto a grazia inver torreggiante,
d’intelligente cultura e sin fiere
domare potea col suo viso elegante.

Parlarono ancora di mille argomenti
ed il cavaliere sentivasi lieto
a lui di fronte, da bei sentimenti
rapito e financo incline al faceto;

risero insieme d’eventi passati,
mentre gli istanti volavano cari,
quando il bel prence dai toni garbati
narrò con sapienza dei rimedi più vari:

raccontò al cavalier di quanto comuni
frutti e verdure a nostra salute
apportin vantaggi e rendan più immuni,
di alcuni benefica citando virtute;

il cavalier lo ascoltava inebriato,
quel delicato sembiante ammirando
e pensò che, dei tanti elisir che creato
aveva l’umano ingegno indagando,

ben più potente, eppur naturale,
era quel prence di nobil persona,
di gentile fascino, che del cor ogni male
virtuoso lenisce con parola buona.

Si salutaron con garbo grazioso
e la speranza di rivedersi
sì che al cavalier, con ardor talentuoso,
Amor già ispirava poetici versi.