Avea appena il sol passato
l’orizzonte vespertino
e un crepuscolo rosato
verso sera ormai era chino;

solitario il cavaliere,
al galoppo, concentrato,
repente vide il bel messere
da cui era affascinato:

la sua timida emozione
nel veder quel viso caro
gli fe’ scherzo mascalzone
e di motti il rese avaro;

ma afferrò saldo il coraggio
e si volse ritornando
là ove il prence, come un raggio
la penombra illuminando,

per sé soletto aspettava,
col suo fascino elegante,
e curioso rimirava
lo scenario circostante.

Il bel prence sorridente,
di una cortesia squisita,
ratto prese soavemente
a narrar della sua vita,

e il cavalier gli rispondea
raccontando sue vicende,
mentre scuro il ciel si fea
nell’ora in cui lampa s’accende:

tra di loro somiglianti
non tanto erano in aspetto,
ma in etade e nei galanti
modi pieni di rispetto.

Quando ecco arrivar fatata
carrozza che non da equini
qual dardo era trainata,
bensì da magici topini!

Ahimé, vi dovea montare
il principe onde a palagio
dopo il die alfin tornare
e gustar del sonno l’agio;

ma era sì dolce chiacchierare
con quel giglio delicato
che il cavalier volle varcare
pure lui il bel cocchio aurato:

l’uno di fronte assiso
era all’altro ed il discorso
dal serioso al lieto riso
ondeggiava nel suo corso.

Il cavaliere affascinato
si sentia dalla beltà
di quell’uomo, ma attirato
ne era pur da civiltà;

gli piaceva proprio molto
pei suoi modi sopraffini,
pel carattere e pel volto,
per quegli occhi serafini,

e chiedeasi se possibile
fosse aver a sé quel core,
quasi palio inaccessibile
amistà, se non amore.

Al fioco lume della sera
verso un più scuro castano
vide la bionda criniera
incupirsi piano piano;

lo attraeva sempre molto,
forse anzi di più ancora,
eppur sfuggire al guardo colto
non poté un concetto allora:

di preciso il fe’ notare
che il belletto un dì appassito
fia per tutti e dunque amare
si dee chi sia in cor gradito;

talor gli uomini una ruga
che lor spunti sul visetto
piangon mesti, o tartaruga
che languisca sotto al petto,

ma ben altro è Quel che ai cori
dei gentil s’apprende invitto,
con novo stil, dei trovatori,
e che viltade ha in gran dispitto!

Quando furon del palagio
giunti ad un vicino punto
ambo scesero e a disagio
era il cavalier compunto:

ancor stettero a parlare,
ma sorgea l’argentea luna,
sì che il prence infine andare
debbe per mala fortuna.

Come in storie ove galanti
dell’intero firmamento
il revolversi gli amanti
immoto fan col sentimento,

così al principesco fiore
avria la man con garbo preso,
sul cor posta con candore
e dell’alma il tron conteso.

Forse un sogno, una chimera
era il suo principe caro,
o diverrà una storia vera
in tempi ove Amore è raro?