Un gran ballo in maschera il principe biondo
avea nel magnifico castello annunziato
ove da un morbo fatal, furibondo,
si era con tutta la sua corte isolato:

lo splendore del cosmo tra quelle mura
trovare poteasi per le vaste stanze,
tanto al diletto si donava ogni cura,
tra fiori, gelati, banchetti e danze.

Il cavaliere lui pur passeggiava,
con un libro in mano, curioso leggendo,
ma pure discreto talvolta ammirava
del prence la soave bellezza, arrossendo.

Sette eran le sale della grande abbazia,
ciascuna d’un proprio colore dipinta,
ciascuna ricolma di gioia e allegria,
tranne una sola, di velluto cinta.

La prima sala era in dolce turchino,
pien di confetti e mille dolciumi,
che a ognuno l’età di quand’era bambino
rievocava, ed azzurri eran pure i suoi lumi.

D’un vivace porpora era poi la seconda,
piena di libri, di carte e quaderni,
d’aria solenne ma pure gioconda,
che rilucea dei pensier degli eterni.

Verde la terza era, e speranza
in dolce futuro infondeva, ché i muri
di bei quadrifogli coperti ad oltranza
eran, di gioia araldi d’auguri.

Energico arancio la quarta irradiava,
fiero e securo, d’onori bramoso,
che epiche gesta all’alma ispirava,
fidando in un nobile avvenire radioso.

D’un bianco candore, puro e cortese,
era la quinta, di sogni romantici,
cavallereschi, che le note accese
d’un violino elevava a quadri fantastici.

Di quella violetta in uno specchio vedea
ciò che bramava, ciascuno, il suo cuore,
per cui il cavaliere in esso scorgea
di sua vita il compagno, con gioia ed amore.

Infine, a ponente, di velluto nero
coperta, al di fuori di fosche vetrate,
la settima sala, qual vago mistero,
parea permeata da presenze stregate;

solo una pendola d’ebano scuro,
a guisa di spirto cupo e malvagio,
ivi albergava, rasente al muro,
e solinga emanava un ticchettio adagio:

quando scoccava l’ora, funesta,
musiche e danze si feano silenti,
la lieta comitiva per istanti era mesta
e pensier balenavano sui volti gaudenti;

il cavaliere lui pure l’udiva,
eppure in suo animo non la temeva,
perché, da studioso, con calma capiva
che il tempo via essa fluido scorreva.

Cessati i rintocchi, tornava il danzare,
le risa, le urla, gli accoppiarsi fugaci,
davvero diffusi, che, senza amare,
univano estranei che credeansi audaci:

il cavaliere non li avea mai compresi,
ché il suo buon cuore un compagno bramava,
e da sempre, nel gelo, per anni e per mesi,
in landa glaciale invano cercava.

Infine giunse del ballo il gran giorno
e già molte maschere folleggiavan beate;
mentre il cavalier girovagava d’intorno
un guardo gettò per le grandi vetrate:

vide un tramonto d’un vermiglio acceso,
che verso un crepuscolo di cenere tetra
volgevasi, allora che il sole fu sceso,
il cielo rendendo men vivo che pietra;

come noto, se il sole, che gran gioia reca,
si fugge, le ombre più lunghe si fanno,
più dense, reali, e ciascuna più bieca
ai mortali si mostra, annunziando malanno.

Iniziò dunque la sera, di balli adornata,
ma tanto il cavaliere era già mascherato,
ed un’atmosfera surreale, incantata
aleggiava frizzante pel palagio dorato:

splendore e grottesco mischiavansi urlanti
in un vivido vortice di vita e colori,
ma pure dai tratti inumani e inquietanti,
sguaiati e insensibili, sordi ai bei cori;

ad ogni rintocco persin quella sera
l’intera scena si congelava,
allor che l’ebanea pendola nera
la sua fredda voce per l’aere mandava.

Quando le undici furon passate,
poscia tre quarti, ognuno cercava
il prence, ma, tutte le stanze esplorate,
in alcuna parte niuno il trovava.

Oh stupor! Tra i presenti una strana figura,
in nero sudario funereo avvolta,
tra la folla festante misteriosa paura
suscitò che si fea in terror più e più volta:

indossava una maschera d’oro massivo,
in un sol combinando i due volti dell’Arte,
quello drammatico e quello giulivo,
e, in man, dei tarocchi avea un mazzo di carte.

Alcuni credettero che il principe fosse,
che giocare voleva un tiro burlone,
ma pur, raggelato, niuno si mosse,
allor che l’intruso incedea in quelle zone;

arrivò sino in fondo, alla pendola nera,
poi, lentamente, là si voltò,
e, sulla soglia della sala più austera,
il cavaliere ansimante trovò:

l’aveva rincorso per potergli parlare,
l’amato uomo credendolo invero,
così da potergli in persona svelare
il suo sentimento d’amore sincero.

Gli altri già avevano tutto scordato
e, festeggiando, eran tornati a ballare,
mentre lui, triste, assai innamorato,
fino alla pendola ebbe cor d’arrivare.

E lì di fronte la maschera tolse,
di fiori intrecciati, il viso mostrando,
e gli occhi ormai lucidi a quell’uomo volse
per cui stava da tempo gentil sospirando.

Cadde indi la maschera dello sconosciuto,
che non era il prence, ma al principe uguale,
né definirlo avria l’altro saputo
se angelo o demone, se bene o male.

Con la cortesia pur del prence, squisita,
con viso triste disse “Ahimé, non si puote”,
e nell’aer si dissolse come imago sbiadita,
mentre al gentil s’inondavan le gote;

il cavalier saettò allor dalla sala,
il vuoto sudario affranto abbracciando,
e in quella violetta vide il gran gala
degli invitati, che stavan già folleggiando:

vari chiamò, ma rispondeva nessuno,
tutti ringhiando ai cenni qual fiere,
né in viso guardava l’altro ciascuno,
sicché men che mai un serio messere.

Fu allor che la pendola emise solenne
di mezzanotte il primo rintocco
ed ogni lume del palagio men venne,
di mano spettrale al gelido tocco:

o lettor, forse allora l’aurora risplese,
ché il ciel pure pianse per il cavaliere,
nel veder sue speranze ‘sin colà disattese,
e volle presentargli del suo core il messere

che, come il sole che brilla al mattino,
i fiori irradiando di luce e calore,
così con affetto e brio birbantino
anche a lui infin la gioia donasse d’Amore.