Nell’aere sereno del mattino primiero
fendeva i bei raggi un regale sparviero:
un’aquila nobile, di fama preclara,
un’anima bella, di dolcezza rara.

A un punto com’ebbe lo sguardo rivolto,
da un fremito arcano il suo esser fu colto:
tra tanti pinguini, uno ed un solo
destò l’interesse di sì regio volo;

distogliere il guardo più non potea
da quella creatura, che già sì volea:
ogni sua mossa, ogni suo tono
era pel core folgore e tuono.

Discese, pertanto, il sovrano augello
a ornare suo scettro di sì vago gioiello:
una vita con esso sperava iniziare
e un sogno d’amore alfin coronare.

«Pinguino gentil, che al cosmo sorridi,
e il pieno d’orgoglio mio core conquidi,
virtuosa una rima, ti prego, deh, ascolta
or che dai tuoi lumi mia pace fu tolta.

Mi rapisce davvero l’elegante tuo aspetto,
ma assai più mi inebria il tuo amabil visetto:
un ben raro ardore in me accendi, sì intenso,
che a ogni ora del giorno, con gioia, ti penso.

Ciò che mi attrae realizzato in te vedo
e di fronte al Destino compagno ti chiedo,
per darsi sostegno, qual colombe amarsi
che in eterno si cercan, senza mai separarsi!»

Ma era, nell’alma, il pinguino sì rio
da mortificare quel dolce disio:
egli era, può darsi, al vizio sì intento
che capir non potea cotal sentimento.

O forse, piuttosto, era meraviglioso,
ma l’aura del posto lo rendeva iroso…
O magari dell’aquila l’ornata prosa
parve ai suoi occhi alquanto tediosa…

Con voce crudele prese comunque a parlare
e di empia natura tanto amore accusare…
L’aquila, con garbo, di placare cercò
l’augel desiato, che non l’ascoltò:

«Pinguino soave, non volermi sprezzare!
Se futil, davvero, fia tutto il mio amare,
una casta amicizia almen lascia vi sia:
non orbarmi, caro, della tua compagnia!»

Invan! Fu glaciale e non rivolse parola
a chi tanto l’amava, all’aquila sola;
vari pinguini e anch’altri animali
agirono, vili, qual bestie ferali.

Col cuore in frantumi e il ciglio bagnato
così disse l’aquila al pinguino amato:
«Di ben vana gloria, o stolto, ti vanti
se tanta eleganza sol vien dai tuoi manti!

Pinguino fatale, mi riempio di sdegno
a pensare che, invero, ti amo a tal segno
che oserei anco il Fato in persona sfidare
se avessi speranza di te conquistare!

Benché il tuo disprezzo or mi laceri il core,
sappi che, un giorno, rimpiangerai questo amore,
un amor che volesti, crudele, scacciare,
e che imponi a un altro, miglior, d’affidare!

Eppure non t’odio, eppure non sento
per te proprio altro che bel sentimento:
mi duol non avere un posto, soltanto,
nel cuore tuo freddo, da me amato tanto.»

Rialzossi, ciò detto, in volo, veloce,
e senza più indugio, con sommessa voce,
maledisse quel luogo, maledisse il Destino
e tanto compianse l’adorato pinguino.